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Udienza dell’11 aprile alla solidarietà femminista

Mercoledi 11 Aprile 2018 si è svolta a L’Aquila la prima effettiva udienza del processo che vede 3 compagne denunciate per diffamazione dall’avvocato Antonio Valentini. Per sapere tutta la storia clicca qui.

In questa udienza l’avvocata di Valentini, Marzia Lombardo ha cercato già di andare a processo civile, chiedendo l’accusa di calunnia e il risarcimento di 250mila euro + 50. Il tutto per ora respinto dal Giudice. Si è quindi passate alla presentazione della documentazione e alla proposta dei rispettivi testi.

Il giudice Garganella si è espresso ricusando diversi testi sia da parte di Valentini (pochi e veramente solo quelli a dir poco citati in maniera ridicola) che da parte della difesa delle 3 compagne. In particolare sono stati rigettati tutti i testi della difesa che riguardavano la linea difensiva, tesa a dimostrare il comportamento aggressivo e pesante tenuto da Valentini nel difendere Francesco Tuccia dall’accusa di stupro. In quel contesto l’avvocato Valentini aveva definito lo stupro come un “atto sessuale consenziente finito male”.

Questo comportamento spinse le tre compagne a mobilitarsi insieme a molte altre donne, affinché la Casa Internazionale delle Donne non lo facesse entrare, essendo stato invitato ad un convegno sulla Grandi Rischi da temersi proprio all’interno della Casa delle donne di Roma. In qualche modo ci si aspettava una mossa di questo tipo. Di fatto il giudice vuole restringere il più possibile il campo del dibattimento e rimanere sullo specifico della lettera e della sua diffusione online. Per cui a due compagne non è stato accettato nessun teste se non quello tecnico, specifico alla diffusione della mail che secondo Valentini risulta diffamatoria. Noi tutte che eravamo lì abbiamo scelto di rimanere in aula durante l’udienza e uscendo abbiamo gridato alcuni slogan che sono risuonati nell’edificio del tribunale. Valentini era assente.
Ci siamo dette ancora una volta quanto è importante la nostra presenza , in tante e rumorose.
Appuntamento per tutte alla prossima udienza a L’Aquila il 19 ottobre. Vi vogliamo numerose perché il Giudice ascolterà proprio i teste dell’accusa, in primis l’avvocato Antonio Valentini.

Rassegna Stampa

Le corrispondenze di Radiondarossa
Il servizio del Tg regionale
L’articolo di Ilaria Boiano su Il manifesto
Il fatto quotidiano articolo di Nadia Somma

 

 

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Se c’è violenza sessita anche in aula

Un articolo di Ilaria Boiano di oggi su Il manifesto

L’Aquila. Si apre oggi il processo che mette sul banco dell’accusa le femministe che avevano documentato il trattamento riservato a una donna stuprata.

Questa mattina si apre dinanzi al Tribunale de l’Aquila il dibattimento per tre attiviste femministe chiamate a rispondere di diffamazione aggravata nei confronti del difensore dell’ex militare Francesco Tuccia, condannato definitivamente a sette anni e otto mesi di detenzione per violenza sessuale ai danni di una giovane studente, ridotta quasi in fin di vita dallo stupratore.

Secondo quanto documentato dalle attiviste femministe che hanno presenziato alle udienze del processo, ogni grado del giudizio ha esposto la giovane donna a nuove e ulteriori umiliazioni, come accade ancora a troppe donne, lasciate in balia di molteplici forme della cosiddetta vittimizzazione secondaria, cioè collegata alle regole procedurali, ma anche alle prassi e al trattamento discriminatorio loro riservato sin dalla presentazione della denuncia e poi lungo tutto l’iter giudiziario. Continued…

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Processo Aquila: prossima udienza 11 aprile

Si è svolta a L’Aquila il 22 gennaio scorso la prima udienza del processo che vede tre donne
denunciate dall’avvocato Antonio Valentini per diffamazione.
Tante le compagne, da diverse parti d’Italia, accorse in solidarietà davanti e dentro il Tribunale.
Tanti gli slogan che hanno ribadito che gli avvocati
degli stupratori non possono entrare nei posti delle donne e che la denuncia ad una è la denuncia
a tutta la rete di solidarietà femminista che ha accompagnato Rosa durante il suo processo per stupro avvenuto nel 2012.
L’udienza è stata rinviata perchè il giudice onorario Angelo Caporale ha dichiarato la propria incompatibilità,
rimandando al Tribunale una nuova nomina.
La nomina è stata fatta, quindi prossimo appuntamento per tutte è all’Aquila l’11 Aprile alle ore 9 
Se volete venire con noi con il pullman(10 euro partenza alle 630)
mandate una mail a ciriguardatutte@inventati.org
Venite con una bella cravatta Rosa.
Domenica 18 marzo pranzo di solidarietà (ore 12.30) per le spese processuali al
Centro Donna Lisa, Via Rosina Anselmi, 41

qui il comunicato

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22gennaio: Ma che diffamazione ma che reato la lotta delle donne distrugge il patriarcato

Si è svolta a L’Aquila il 22 gennaio la prima udienza che vede tre donne denunciate dall’avvocato Antonio Valentini per diffamazione. Tante le compagne, da diverse parti d’Italia, accorse in solidarietà davanti e dentro il Tribubale dell’Aquila. Tanti gli slogan che hanno ribadito che gli avvocati degli stupratori non possono entrare nei posti delle donne e che la denucia ad una è la denucia a tutta la rete di solidarietà femminista che ha accompagnato Rosa durante il suo processo. L’udienza è stata rinviata perchè il giudice onorario Angelo Caporale ha dichiarato la propria incompatibilità, rimandando al Tribunale una nuova nomina. Al termine si è svolto un piccolo corteo fino al mercato dell’Aquila. Video
Per ricostruire tutti la storia leggi qui.

Presidi di solidarietà anche a Torino e Milano.

Di seguito la rasegna stampa della giornata.

Servizio del Tg regionale Abruzzo

NewsTown

Le corrispondenze da Radiondarossa

Da RadioBlackOut resoconto del presdio all’Aquila e a Torino

La corrispondenza da Radiondadurto

 

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Perché il processo del 22 gennaio all’Aquila ci riguarda tutte

Collettivo Autitici/Inventati

Il 22 gennaio 2018 si aprirà presso il tribunale dell’Aquila un processo che vedrà coinvolte tre donne, trascinate sul banco delle imputate dall’avvocato Antonio Valentini con l’accusa di di concorso e diffamazione artt 81 e 595 ter (con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa). Abbiamo deciso di raccontare questa vicenda su Cavallette, perché in essa si concentrano temi che ci stanno a cuore e che da sempre fanno parte del nostro DNA politico: l’anti-sessimo, l’importanza delle pratiche di lotta femministe e la capacità di difenderle collettivamente esercitando in maniera radicale il diritto alla libertà di espressione.

Lo stupro di Pizzoli

Influente notabile dalle ambizioni politiche prematuramente frustrate – solo un misero 3,7% raccolto dalla lista Patto per l’Aquila con cui si era presentato alle amministrative del 2002 -, Antonio Valentini è considerato da molti quotidiani e portali d’informazione locali come uno dei “principi del foro” del capoluogo abruzzese. Nel suo blasone vanta numerosi procedimenti eccellenti, come il processo Di Orio – dove si è impegnato nella difesa dell’omonimo ex-rettore e monarca assoluto dell’ateneo aquilano, cacciato dal trono nel 2012 per le accuse di concussione – o quello che lo vede come legale di alcuni dei 38 imputati, accusati dalla procura distrettuale antimafia di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina. Suo anche l’esposto che ha dato avvio al processo nei confronti della commisione Grandi Rischi, tacciata di non aver messo in guardia la popolazione aquilana del rischio sismico incombente nell’aprile del 2009.

Ma il caso più noto per cui Valentini è salito agli onori della cronaca è quello relativo allo stupro avvenuto a Pizzoli (AQ) nel 2012. A perpetrarlo il militare Francesco Tuccia, originario della provincia di Avellino e appartenente al 33mo Reggimento Artiglieri Acqui. Di stanza sul territorio per l’operazione “Strade Sicure” – rivelatasi fin dall’inizio un enorme esperimento di militarizzazione delle zone colpite dal sisma del 2009 -, il 12 febbraio Tuccia trascorre una serata di baldoria tra commilitoni presso la discoteca Guernica, che si conclude con lo stupro di una studentessa ventenne consumatosi fuori dal locale. Rosa (nome di fantasia), dopo essere stata violentata dal soldato, viene abbandonata seminuda e in stato d’incoscienza, nel parcheggio. Buttata sanguinante sul manto di neve che copriva la zona antistante l’edificio, la ragazza sarebbe certamente morta per il freddo e i traumi riportati, se un buttafuori che stava terminando il suo turno non ne avesse casualmente notato il corpo, accartocciato tra le auto posteggiate. Continued…

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7 gennaio pranzo di solidarietà. Si parte e di torna insieme

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Il 22 gennaio alle ore 9 inizia il processo per diffamazione nei confronti di 3 donne

Si va e si torna insieme

Prima avvennero lo stupro e le violenze, poi l’ignobile processo e infine la denuncia a quante avevano sostenuto la donna sopravvissuta.

Lo stupro e le violenze:
È il 12 febbraio del 2012 quando Rosa si trova con una sua amica in una discoteca a Pizzoli (L’Aquila). Nella discoteca non ci sono tante persone se non quei militari che il terremoto ha portato là per l’operazione “strade sicure”. Verso le 4 del mattino Rosa verrà ritrovata in mezzo alla neve, con una temperatura sotto lo zero, mezza nuda, sanguinante e in stato di non coscienza. Altri cinque minuti e sarebbe morta. Quello che Rosa ricorderà sarà solo che si trovava al guardaroba a parlare con la sua amica. Si risveglierà poi in sala operatoria. Lo stupro è evidente e anche la brutalità con la quale è stato commesso. Il militare del 33° reggimento artiglieria Aqui de l’Aquila, Francesco Tuccia, difeso dagli avvocati Antonio Valentini e Alberico Villani, sarà l’unico indagato e condannato per i fatti.

Il processo:
Da quando la violenza sessuale è entrata nei codici penali, tra Sette e Ottocento, i processi per stupro sono stati processi alle donne che li denunciavano, di cui si cercava di dimostrare il consenso o la provocazione distruggendone la reputazione, le intenzioni, la vita, discutendo chi frequentavano, come si vestivano, a che ora uscivano e con quanta forza si erano opposte. I movimenti delle donne negli ultimi cinquant’anni hanno fatto di quello che succedeva nelle aule dei tribunali uno dei terreni-chiave nella campagna contro la violenza. Si richiedeva, e lo si continua a fare, da una parte che le donne che denunciano e scelgono di intraprendere la via del processo penale non debbano essere sottoposte a processi di vittimizzazione ulteriore, vale a dire di colpevolizzazione, ritenute parzialmente o interamente responsabili di ciò che è accaduto loro; dall’altra che si riconosca che la condotta assunta in aula dagli avvocati che difendono gli stupratori e dai giudici che sostengono simili impianti è di natura politica, e in quanto tale implica una responsabilità individuale. Un avvocato che sceglie di difendere uno stupratore e insinua, come avvenuto in questo processo e come diversi avvocati hanno fatto nel corso della storia dei processi per stupro, che la donna fosse consenziente e avesse provato piacere durante le violenze compie una scelta precisa, niente affatto neutra o tecnica, figlia della stessa cultura dello stupro che dovrebbero processare.

Al processo di Rosa, come tante altre volte è successo in passato, hanno partecipato molte donne e femministe da tutta Italia, per sostenerla e per vigilare sull’andamento del processo.

La denuncia:
Nel novembre 2015 l’avvocato Valentini è invitato ad un convegno, organizzato dall’associazione Ilaria Rambaldi Onlus di Lanciano, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà delle donne.

Molte donne si mobilitano e alla fine la Casa delle donne di Roma segnala all’organizzazione del convegno che l’avvocato Valentini non può varcare quella soglia, perché indesiderato. Ma l’avvocato Valentini non ci sta e denuncia per diffamazione tre donne, colpevoli di avere diffuso una lettera di una aquilana in cui si cercava di spiegare alle donne romane chi fosse l’avvocato Valentini (ciriguardatutte.noblogs.org).

La posta in gioco:
A sembrarci grave non è la denuncia di per sé. A sembrarci grave è che un avvocato di uno stupratore che ha impostato il processo colpevolizzando la sopravvissuta, possa pensare che due anni dopo può impunemente varcare come ospite d’onore la soglia di una Casa delle donne; la cosa che ci sembra grave è che rifiutato, si senta nella posizione di forza e di diritto di intentare lui un processo contro tre donne; la cosa che ci sembra più grave è che uomini del genere invece di vergognarsi, nascondersi, defilarsi, continuino ad occupare la scena pubblica e a condizionare la vita delle donne.

Questa vicenda, lo abbiamo detto dall’inizio, ha un valore simbolico che non si può trascurare.

Vogliamo che diventi l’occasione per evidenziare cosa sono i processi per stupro, la responsabilità politica e individuale di chi partecipa al teatro della giustizia e chi colpisce le reti di solidarietà femminista.

Si va e si torna insieme abbiamo intitolato questo scritto.Alludendo al fatto che insieme siamo state al processo contro gli stupratori di Rosa e insieme ritorneremo a L’Aquila nel processo che coinvolgerà tre di noi per diffamazione. Il riferimento, però, è anche alla necessità di riprendere in mano, per le vecchie e nuove generazioni di donne, pratiche e strategie di autodifesa: in discoteca, nei centri sociali, per strada, ad una festa, si va e si torna insieme, ci si guarda le spalle e ci si protegge l’una con l’altra.

 Appuntamento per tutte il 22 gennaio 2018 ore 9 presso il Tribunale dell’Aquila.

Assemblea Romana Ci Riguarda Tutte

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Torino: perquisizioni per delle scritte

Venerdì notte il pm Rinaudo di Torino ha ordinato perquisizioni e sequestro di cellulari e pc di alcuni esponenti della Federazione Anarchica torinese partecipanti alla rete Non Una di Meno, per le scritte comparse un mese fa davanti al Tribunale di Torino contro la giudice Diamante Minucci e sulla sede della Croce Rossa contro Massimo Raccuia.
L’accusa è di imbrattamento e diffamazione.

Non ci interessa chi abbia fatto quello scritte, ma ciò che ci preme in questa vicenda è puntare l’attenzione sull’assurdità di un’operazione repressiva volta a punire e criminalizzare chi ha scritto sui muri ciò che di fatto abbiamo, non solo pensato, ma anche gridato in molte e molti nelle piazze l’indomani della sentenza.
Massimo Raccuia è uno stupratore e la Giudice Diamante Minucci ha difeso, protetto e assolto uno stupratore.
Non è diffamazione, è la verità.

Una verità che non è stata stabilita e fissata nelle aule di un tribunale, ma la verità che ha cercato in tutti i modi di raccontare Laura: l’unica verità che per noi conta e ha valore.
Evidentemente i giudici e i tribunali di questo paese sono considerati intoccabili come se fossero portatori di verità assolute e inconfutabili. Non possono essere criticati e messi in discussione, pena la denuncia di diffamazione, la stessa che rischia di dover affrontare Laura dal momento che ha accusato di stupro un uomo che il tribunale ha decretato essere innocente.

La Giudice Diamante Minucci, a capo della prima sezione penale del Tribunale di Torino, non deve aver gradito il clamore delle piazze e delle manifestazioni che l’hanno individuata come responsabile non solo di una sentenza assurda, ma di un giudizio inaccettabile su una donna che ha subito violenza.
Raccuia è stato assolto perchè Laura non ha urlato, non si è fatta massacrare di botte, non aveva segni visibili sul corpo delle violenze subite. Come se la reazione possa misurare la veridicità della violenza agita. Non è solo il buon senso a suggerircelo, ma anche l’esperienza diretta di qualunque donna abbia subito violenza: non tutte le donne reagiscono allo stesso modo di fronte a una violenza.
Ma per la giudice Diamante Minucci non sono bastati il buon senso e l’esperienza diretta della donna.
Laura non ha urlato, non ha reagito come avrebbe dovuto, quindi era consenziente. Come se il consenso si misurasse in decibel o sempre e comunque attraverso comportamenti manifesti.

Non è la prima volta che una donna che ha subito violenza al momento del giudizio nel confronti dello stupratore si ritrova giudicata e da parte lesa diventa imputata lei stessa. Sentenze che, assolvendo gli stupratori, non soltanto violano la donna una seconda volta, ma la mettono pure nella condizione di doversi difendere, di vedere la propria vita scandagliata, peggio, di dover subire diagnosi psichiatriche volte a screditarla, come se si fosse inventata tutto o se la fosse in qualche modo cercata.

Poiché la casta degli intoccabili è stata criticata e attaccata, la questura si è mobilitata in sua difesa, arrivando a perquisire, denunciare e sequestrare materiali per due banali scritte sui muri.

Come NonUnaDiMeno, il 12 aprile abbiamo organizzato presidi e azioni davanti ai tribunali di diverse città in solidarietà a Laura e per denunciare la violenza che le donne subiscono durante i processi per stupro, che spesso le vedono diventare imputate a loro volta.

Di nuovo vogliamo ribadire che la solidarietà non si processa e che se toccano una toccano tutte!!!
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni coinvolti nell’indagine della questura torinese, che insieme a noi hanno manifestato per le vie della città e fuori dal tribunale la nostra solidarietà a Laura e la nostra indignazione nei confronti della sentenza della Giudice Minucci.

 

NON UNA DI MENO TORINO

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3 le compagne denunciate dall’avvocato Antonio Valentini

LA SOLIDARIETA’ TRA DONNE NON SI TOCCA!
Il 12 febbraio 2012, Rosa venne stuprata fuori da una discoteca a Pizzoli da Francesco Tuccia, uno dei militari dell’operazione “strade sicure” e lasciata agonizzante in una pozza di sangue nel parcheggio a quattordici gradi sotto zero. Scatta la denuncia e parte il processo, Antonio Valentini, un “noto avvocato locale”, assume la difesa dello stupratore Tuccia e la gioca tutta sul dimostrare il consenso di lei.
Tra il  2016 e il 2017, tre femministe sono state denunciate per concorso in diffamazione aggravata nei confronti dell’avvocato Antonio  Valentini , difensore del militare stupratore Tuccia; per aver diffuso la lettera allegata, si sono viste  perquisire le case e sequestrare  tutto il materiale informatico.
Perché questa denuncia?
Perché vogliono spezzare la rete di solidarietà tra donne contro la violenza sessuale dei maschi. E questo nei secoli, dai tempi delle streghe, con torture, uccisioni, donne bruciate vive, ieri come oggi, perché la forza delle donne fa paura, mette in discussione un sistema fondato sullo stupro. La “giustizia” è degli uomini, fatta dagli uomini e non potrà mai difendere le donne, che per questo sistema patriarcale devono solo essere “vittime”.
La pratica dell’autodifesa femminista è una forma di autodeterminazione delle donne per reagire alla violenza di una società patriarcale. Con l’autodifesa femminista rifiutiamo la parte della “vittima”e lottiamo contro un carnefice socialmente determinato che ci vuole impaurite e sole. Ci riprendiamo con gli artigli lo spazio di consapevolezza individuale e collettivo che ci viene negato, l’autodifesa è una costruzione di reti solidali tra donne e lesbiche da cui gli uomini sono esclusi, non vogliamo delegare ai maschi né la nostra difesa né la nostra rappresentazione. Nominare la violenza, urlare il nome dello stupratore, impedire che il suo avvocato metta piede nella Casa Internazionale delle Donne di Roma è una pratica di reazione alla violenza e solidarietà fra donne che rivendichiamo e ci rende forti e libere dalla paura.  Non permetteremo a nessuno di zittirci, né con le minacce, né con le denunce! Continueremo a denunciare pubblicamente, in piazza, tutte le violenze commesse da questo Stato patriarcale, la normalizzazione della presenza dell’esercito nelle strade,  il linguaggio sessista usato dagli avvocati difensori degli stupratori, le intimidazioni nei confronti dell’avvocata di “Rosa”, della ragazza e delle donne solidali.
E se ci denunciate tutte … scenderemo in piazza ancora più numerose!
BUSSEREMO ALLE LORO PORTE E URLEREMO ANCORA PIU’ FORTE CHE FRANCESCO TUCCIA E’ UNO STUPRATORE E ANTONIO VALENTINI    IL SUO DIFENSORE!

Amazora autodifesa femminista e lesbica a Bologna

La lettera incriminata

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8 marzo: a Bologna sciopero anche contro Antonio Valentini

Scendiamo in piazza per fermare la violenza patriarcale alimentata da questo sistema capitalista e razzista che sta mettendo in atto una guerra contro tutte le donne e le lesbiche del mondo.

Scendiamo in piazza contro questo sistema i cui governanti corrotti proteggono le reti organizzate che riducono in schiavitù sessuale attraverso la tratta, donne e bambine/i che vengono rapite, trasportate, comprate, vendute e costrette alla prostituzione per soddisfare i piaceri dei maschi. Quest’industria mafiosa, seguendo i dettami capitalisti del libero mercato ed approfittando della povertà e della mancanza di accesso all’educazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, ogni anno riduce in schiave sessuali 4 milioni di donne, di cui 1,8 milioni sono bambine che non superano gli 11 anni. Il 97% della prostituzione globale è tratta quindi se i maschi di ogni parte del mondo non andassero in cerca di sesso a pagamento, non si arriverebbe a rinchiudere, stuprare e schiavizzare milioni di donne e bambini.

Scioperiamo contro un sistema misogino che ci attacca, quando non ci uccide o ci incarcera se ci ribelliamo alla violenza maschile; che sta dalla parte dell’avvocato Antonio Valentini  difensore del militare stupratore Francesco Tuccia invece che dalla parte delle tre compagne femministe denunciate perché solidali con “Rosa” la ragazza brutalmente violentata a L’Aquila.

Contro un sistema che ci sfrutta pagandoci il 30% in meno, con lavori sempre più precari e soprattutto nell’ambito della cura alle persone; non retribuendo il lavoro domestico.

Manifestiamo  a fianco delle donne kurde e delle femministe turche che resistono continuando a combattere per una rivoluzione femminista totale contro i patriarchi turchi e il fascismo nazionalista dell’AKP (il partito di Erdogan)
A fianco delle donne che difendono la terra e le sue risorse naturali.
A fianco delle recluse che resistono nei Cie e nelle carceri, vogliamo la libertà di movimento per tutte le donne del mondo che nella maggior parte dei casi scappano dalla violenza o sono sotto tratta, e pretendiamo la libertà per chi si è ribellata al marito violento.
Mai più schiave di una mentalità maschilista che relega le donne a ruoli subalterni, lottiamo insieme per la nostra liberazione, senza delegare ai maschi la nostra protezione,
rivendichiamo il separatismo come pratica femminista di autodeterminazione e autodifesa
Non produciamo, non consumiamo, non riproduciamo…LOTTIAMO unite contro il patriarcato

Assemblea di femministe e lesbiche di Bologna in continuità col movimento di liberazione delle donne dalle streghe ad oggi 

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