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La solidarietà tra donne non si tocca!!

LA SOLIDARIETA’ TRA DONNE NON SI TOCCA!

A maggio ed a settembre 2016, due femministe sono state denunciate per diffamazione aggravata nei confronti dell’avvocato Antonio Valentini , difensore del militare stupratore Tuccia; per aver diffuso la lettera allegata, si sono viste perquisire le case e sequestrare tutto il materiale informatico.

Perché questa denuncia?

Perché vogliono spezzare la rete di solidarietà tra donne contro la violenza sessuale dei maschi. E questo nei secoli, dai tempi delle streghe, con torture, uccisioni, donne bruciate vive, ieri come oggi, perché la forza delle donne fa paura, mette in discussione un sistema fondato sullo stupro. La “giustizia” è degli uomini, fatta dagli uomini e non potrà mai difendere le donne, che per questo sistema patriarcale devono solo essere “vittime”.

La pratica dell’autodifesa femminista è una forma di autodeterminazione delle donne per reagire alla violenza di una società patriarcale. Con l’autodifesa femminista rifiutiamo la parte della “vittima”e lottiamo

contro un carnefice socialmente determinato che ci vuole impaurite e sole. Ci riprendiamo con gli artigli lo spazio di

consapevolezza individuale e collettivo che ci viene negato, l’autodifesa è una costruzione di reti solidali tra donne e lesbiche da cui gli uomini sono esclusi, non vogliamo delegare ai maschi né la nostra difesa né la nostra rappresentazione.
Nominare la violenza, urlare il nome dello stupratore, impedire che il suo avvocato metta piede nella Casa Internazionale delle Donne di Roma è una pratica di reazione alla violenza e solidarietà fra donne che rivendichiamo e ci rende forti e libere dalla paura.

Non permetteremo a nessuno di zittirci, né con le minacce, né con le denunce!
Continueremo a denunciare pubblicamente, in piazza, tutte le violenze commesse da questo Stato patriarcale, la normalizzazione della presenza dell’esercito nelle strade, il linguaggio sessista usato dagli avvocati difensori degli stupratori, le intimidazioni nei confronti dell’avvocata di “Rosa”, della ragazza e delle donne solidali.

E se ci denunciate tutte … scenderemo in piazza ancora più numerose!

Per questo invitiamo tutte a scendere in piazza con noi il 18 di novembre alle 10 a L’Aquila davanti al Tribunale in via XX settembre.

BUSSEREMO ALLE LORO PORTE E URLEREMO ANCORA PIU’ FORTE CHE FRANCESCO TUCCIA E’ UNO STUPRATORE E ANTONIO VALENTINI IL SUO DIFENSORE!

Il 25 novembre aderiamo e diffondiamo lo sciopero delle donne contro la violenza maschile a Roma alle 9.30 a Piazza Montecitorio.

E Il 26 novembre saremo a Roma coi nostri contenuti, cercate lo striscione dell’autodifesa.

Compagne dell’autodifesa femminista e lesbica sparse per l’Itali

 

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il 18 novembre alle 10 torneremo all’Aquila

presidio_aquila_18_nov

Se toccano una, toccano tutte!

Due donne della rete di solidarietà femminista sono state denunciate dal noto avvocato di un efferato stupratore per aver diffuso una lettera in cui si denunciava la condotta processuale del penalista, tutta tesa a insinuare che la vittima fosse consenziente e in cui si diceva che alla Casa internazionale delle donne di Roma, presso cui l’avvocato era stato invitato a un convegno, maschi del genere era meglio non entrassero.

Lo stupro, il processo, le denunce sono avvenute a L’Aquila ed è per questo che vogliamo tornarci in tante il 18 novembre, con un presidio davanti al tribunale, per ripetere che se toccano una, toccano tutte!

È il 12 febbraio del 2012 quando Rosa si trova con una sua amica in una discoteca a Pizzoli. È sabato sera e a L’Aquila fa molto freddo. Nella discoteca non ci sono tante persone se non quei militari che il terremoto ha portato là per l’operazione “strade sicure”. Verso le 4 del mattino Rosa verrà ritrovata in mezzo alla neve, con una temperatura sotto lo zero, mezza nuda, sanguinante e in stato di non coscienza. Altri cinque minuti e sarebbe morta. Quello che Rosa ricorderà sarà solo che si trovava al guardaroba a parlare con la sua amica. Si risveglierà poi in sala operatoria. Lo stupro è evidente e anche la brutalità con la quale è stato commesso. Il militare del 33° reggimento artiglieria Aqui dell’Aquila Francesco Tuccia, difeso dagli avvocati Antonio Valentini e Alberico Villani, sarà l’unico indagato e condannato per i fatti.
Quello che è avvenuto in seguito allo stupro di Pizzoli in termini di mancato soccorso alla donna, conduzione delle indagini, istruzione del processo, condotta del dibattimento processuale e racconto mediatico, ha svelato ancora una volta che a dominare nella nostra società è una evidente cultura di complicità e legittimazione dello stupro, della violenza maschile sulle donne.

La solidarietà femminista ha fatto sì che l’esperienza di quell’osceno processo non passasse inosservata, attirando così ostilità nei nostri confronti.

Un’ostilità che si è fatta rabbiosa quando nel novembre del 2015 abbiamo impedito che proprio l’avvocato Antonio Valentini partecipasse a un convegno, organizzato dall’associazione Ilaria Rambaldi Onlus di Lanciano, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà e integrità delle donne.
In seguito alla campagna con cui abbiamo etichettato l’avvocato Valentini come “indesiderato”, due donne della rete femminista di solidarietà, sono state denunciate per diffamazione aggravata, perquisite, private delle proprie apparecchiature elettroniche di uso quotidiano (cellulari, computer, tablet) per aver diffuso una mail che ribadiva l’atteggiamento provocatorio e sprezzante del difensore di Tuccia nei confronti di Rosa, dove si ricostruiva il clima morboso e pesante di un agghiacciante processo per stupro e si attribuiva allo Stato stesso la responsabilità di quello stupro, per le politiche emergenziali e di militarizzazione del territorio aquilano in seguito al terremoto.

Torneremo quindi a L’Aquila il 18 Novembre alle 10 con un presidio davanti al tribunale in via XX settembre per ripetere in tante che se toccano una toccano tutte !

Invitiamo tutte a un’assemblea il 5 Novembre a CaseMatte (viale Collemaggio, L’Aquila) dalle ore 17 per confrontarci e preparare insieme il presidio.

per info e per firmare la mail incriminata vai qui

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Sullo stupro non contate sul nostro silenzio!

Due donne sono state denunciate dal noto avvocato di un efferato stupratore per aver diffuso una lettera in cui si diceva esattamente questo: che era l’avvocato di uno stupratore e che era meglio che alla Casa Internazionale delle Donne di Roma non entrasse.

FIRMA ANCHE TU LA LETTERA che ha dato tanto fastidio, perché non siano più le donne a essere imputate nei processi per stupro.

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I FATTI

E’ il 12 febbraio 2012, all’Aquila fa freddo e c’è la neve, nonostante sia passato più di un anno dal terremoto la città è ancora distrutta e presidiata dai militari. Quella sera Rosa viene stuprata fuori da una discoteca a Pizzoli da Francesco Tuccia, uno dei militari dell’operazione “strade sicure” e lasciata ferita e agonizzante nel parcheggio a quattordici gradi sotto zero. Scatta la denuncia e parte il processo, Antonio Valentini, un noto avvocato locale, assume la difesa dello stupratore Tuccia e la gioca tutta sul dimostrare il consenso di lei. Intorno a Rosa si mobilitano centinaia di donne che la sostengono dentro e fuori dal tribunale e che quando l’avvocato Valentini nell’arringa pronuncia le parole “reciproco consenso” per protesta escono tutte insieme dall’aula. Tuccia verrà condannato in tutti i gradi di processo.

13 Novembre 2015, l’avvocato Antonio Valentini viene invitato a parlare al convegno “Verso la cassazione” sulla commissione Grandi Rischi organizzato da un’associazione di Chieti presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma. La cosa non passa inosservata, il nome viene riconosciuto e in molte segnalano la presenza dell’avvocato dello stupratore Tuccia in un luogo dedicato alla politica delle donne. La Casa Internazionale delle Donne scrive una lettera pubblica in cui dichiara che non sarà consentito all’avvocato Valentini l’ingresso alla Casa. Il convegno si svolge regolarmente nell’assenza dell’avvocato Valentini.

18 maggio 2016, in seguito alla denuncia per diffamazione aggravata sporta dall’avvocato Valentini, il pm de L’Aquila firma un ordine di sequestro del computer, pad e cellulare di una donna di Roma che ha diffuso in una chat di facebook una lettera arrivata da L’Aquila e indirizzata alle donne di Roma e alla Casa Internazionale. Il 13 settembre viene sequestrato il computer ad un’altra compagna dell’Aquila, accusata di essere l’autrice della lettera che riportiamo qui sotto, che vi invitiamo a leggere e a firmare, per diventarne tutte idealmente autrici, perché non dice nulla che non diremmo e che non dovrebbero dire tutte e tutti.

Vi invitiamo a firmare perché gli avvocati che difendono gli stupratori cercando di dimostrare che le vittime sono le colpevoli rafforzano e perpetuano una cultura dello stupro per cui “ce la siamo cercata”, “portavamo i jeans” , “lo volevamo”, “abbiamo provocato”, “ci piaceva”, “eravamo in minigonna” ,“eravamo sole”, e il processo si trasforma in una nuova inaudita violenza.

QUESTA LA LETTERA “INCRIMINATA” 

“Alla Casa internazionale delle donne
Premetto che sono un’aquilana terremotata e che ho perso persone, luoghi e ricordi a me tanto cari con il terremoto.

Quel che è successo a L’Aquila nel 2009 e oltre non lo dimentico.
Non dimentico la violenza e la militarizzazione con cui lo stato ha cercato di nascondere le sue responsabilità, sorvegliare i terremotati e reprimere chi osava lottare
Non dimentico lo sciacallaggio di comitati politico-affaristico-mafiosi sulla pelle degli sfollati.
Non dimentico le iene che ridevano, ma neanche gli sciacalli che piangevano e dietro quelle lacrime affilavano i coltelli.

La prima volta che ho visto e sentito l’avvocato Valentini fu quando, in un’assemblea al tendone di piazza duomo ribadì quanto scritto sui giornali e cioè che avrebbe assistito gratis tutti gli aquilani terremotati.
Pensai fosse un uomo coraggioso, ma poi ho capito che non era coraggio quello, ma solo un esercizio di potere. Fatto sta che l’avvocato Valentini, con quella mossa, ha acquisito molta popolarità e forse alle amministrative del 2017, se si presenterà, porterà a casa ben più di quel 3,7% che raccolse con “lega italica per L’Aquila” nel 2002.

No, non dimentico quel che è successo a L’Aquila nel 2009 e oltre.
Circa 70.000 militari arrivati da tutta Italia a sorvegliare neanche 35.000 sfollati nelle tendopoli. Erano loro i padroni del territorio, non gli aquilani terremotati.

Quando in una sala stracolma di gente arrivò Bertolaso, fui sola a contestarlo, circa metà sala si rivolse allora contro di me e mi mandarono le guardie: “fatela tacere!” esclamavano.
Erano loro i padroni del territorio, non gli aquilani terremotati

No non dimentico quel che è successo a L’Aquila nel 2009 e oltre.
Quando la notte del 12 febbraio 2012, in una discoteca di Pizzoli (AQ), una giovane donna di 20 anni, “Rosa”, fu stuprata e ridotta in fin di vita da un militare, Tuccia, in compagnia di 2 altri commilitoni del 33° reggimento artiglieria “Acqui”.
Sono loro i padroni del territorio e alcuni sono anche aquilani.

Gli aquilani fanno numero all’Aquila, ma non tutti hanno lo stesso peso. Ora l’avvocato Valentini, che è “amico” di tutti, doveva correggere il tiro e conquistare quelli più potenti, quelli del braccio armato dello Stato. Così si offrì di difendere gratuitamente lo stupratore avellinese Francesco Tuccia.

Alle prime udienze per stupro, le compagne, le donne arrivate da tutta Italia percepirono netta la sensazione che a L’Aquila il militare stupratore si trovava in un ambiente amico
Sono loro i padroni del territorio e molti sono aquilani.

Ricordo che in aula, alla seconda udienza, l’avvocato Valentini, che è amico di tutti, avvicinò il testimone che salvò Rosa da morte certa per offrirgli una “dritta” per una buona occasione di lavoro lontano da L’Aquila.

Ricordo le minacce di stampo mafioso e fascista indirizzate all’avvocata di “Rosa”, Simona Giannangeli: “Ti passerà la voglia di difendere le donne […] Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te”.

Ricordo nettamente la sensazione appiccicosa di schifo e violenza, esercitati sulla mia pelle di donna, alle parole dell’avvocato Valentini: “Tra i due ragazzi vi fu consenso esplicito. La pratica del fisting presuppone una particolare posizione della donna, assolutamente incompatibile con le modeste ecchimosi refertate sulla ragazza e soprattutto con il fatto che aveva, sebbene scesi, i pantaloni addosso”.

Modeste ecchimosi le lacerazioni all’apparato digerente e genitale di Rosa! “Solo” 48 punti per ricostruire le parti interne lese!
Ricordo che uscimmo in massa dall’aula, disgustate e indignate per la violenza che l’intervento dell’avvocato “amico di tutti” evocava.
E ricordo anche che una volta c’era a Roma una casa internazionale delle donne

Uno spazio di tutte le donne, contro la violenza di genere, dove ti sentivi veramente al sicuro e la sorellanza non era retorica o ipocrisia, la sentivi sulla pelle come una carezza, la stringevi nella mano, come qualcosa di prezioso, qualcosa per cui valga la pena “entrare nel merito dei convegni che si ospitano” perché CI RIGUARDA TUTTE l’efferatezza e la viltà degli uomini che in una notte di febbraio hanno massacrato il corpo e la vita di una donna lasciata sulla neve a morire.

***
E’ chiaro che l’ingresso di un tale individuo in un posto così è un insulto, una minaccia a tutte le donne e una provocazione: perché proprio alla casa internazionale delle donne?
Mi ci gioco le ovaie se l’idea non è stata proprio sua, dell’avvocato “amico di tutti”

CI RIGUARDA TUTTE
FIRMA E DIFFONDI
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We Stand in Solidarity with Italian Feminists!

On 12 February 2012, a woman was raped in Aquila, Italy, by Francesco Tuccia a military man. When two women of the feminist solidarity network distributed a letter condemning Tuccia’s (who was held guilty of all charges) lawyer, the latter filed a defamation complaint following which Aquila’s prosecutor signed an order of sequestration of the computer, I-pad and the mobile phone of one of the women. On November 18, at 10 am there is a call for a protest of solidarity outside the court of Aquila in solidarity with the women and their letter. Nazra for Feminist Studies invites feminists around the world to stand in solidarity with our sisters in Italy, through reading the facts and the letter in question below, and signing the petition written by the Italian feminist group ‘’Feminist Comrade in Italy’.

Italian feminists struggle against rape, rapists, and their lawyers, should be feminists’ struggle everywhere!

Narra Egypt

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AbruzzoWeb: Stupro L’Aquila: tensione tra legali Tuccia e papà ragazza

abruzzoweb del 6 dicembre 2013

 

STUPRO L’AQUILA: TENSIONE TRA LEGALI TUCCIA E PAPA’ RAGAZZA, ORA L’ATTESA

L’AQUILA – È prevista per la serata la sentenza d’appello per l’ex militare campano di stanza nel capoluogo Francesco Tuccia, condannato in primo grado a 8 anni di carcere per lo stupro di una giovane studentessa universitaria laziale avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2012 fuori da una discoteca di Pizzoli (L’Aquila).

È sicuro che i giudici della Corte d’Appello si pronunceranno perché, secondo quanto si è appreso, è stata rigettata la richiesta del pool della difesa di approfondimento alla luce della richiesta di una perizia medica.

Il processo di secondo grado di una vicenda che ha innescato una discussione nazionale è caratterizzato dalla presenza di numerose rappresentanti di associazioni di donne, tra cu il Centro anti violenza dell’Aquila, che in primo grado è stato riconosciuto tra le parti civili.

“Siamo qui in tante provenienti da tante città d’Italia – ha spiegato il legale del centro, Simona Giannangeli – riteniamo che un processo come questo riguardi tutte noi auspicando una sentenza giusta tendendo conto di quanto accaduto e delle conseguenza che ha provocato e non invocando altro”.

Le rappresentanti delle associazioni hanno esposto all’esterno della corte d’appello alcuni striscioni con scritte tra cui “Il processo dell’Aquila lo conferma, lo stupro, lo Stato lo vuole occultato”, firmato Compagne femministe e lesbiche; “se toccano una, toccano tutte”, “stupratore non lo dimenticare, la furia delle donne dovrai scontare”.

Il giovane ex militare ha lasciato l’aula al termine dell’udienza, mentre la giovane attorniata dai genitori è presente in Corte d’appello.

Il procuratore generale Ettore Picardi ha chiesto, a parziale riforma della sentenza di primo grado, la condanna a 11 anni di reclusione.

Al temine dell’udienza, ci sono stati momenti di tensione tra l’avvocato Antonio Valentini, uno dei due difensori di Tuccia che ha parlato di “rapporto consenziente finito male”, e il padre della giovane vittima dello stupro.

LA DIFESA: ”CHIEDIAMO APPROFONDIMENTO MEDICO”

Potrebbe slittare la sentenza prevista per il tardo pomeriggio del processo presso la Corte d’Appello dell’Aquila per l’ex militare campano di stanza nel capoluogo Francesco Tuccia, condannato in primo grado a 8 anni di carcere, per lo stupro di una giovane studentessa universitaria laziale avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2012 fuori da una discoteca di Pizzoli (L’Aquila).

L’avvocato del giovane, l’aquilano Antonio Valentini, che affianca il collega campano Alberico Villani, ha infatti presentato una istanza di approfondimento delle indagini chiedendo in particolare una perizia medica.

Secondo quanto si è appreso, la strategia della difesa dovrebbe essere quella di chiedere il riconoscimento delle attenuanti generiche, facendo riconoscere inoltre il solo reato di lesioni colpose ma senza la violenza sessuale, in riferimento a un “atto sessuale consenziente finito male”.

A questo punto quando tra poche ore la corte si riunirà in camera di Consiglio, dovrà valutare la richiesta di perizia.

Se la decisione sarà negativa, i giudici andranno a formulare la sentenza, altrimenti servirà un approfondimento di indagine per il quale dovrà essere fissato un termine, di qui l’ipotesi di uno slittamento.

In ogni caso il presidente della Corte d’Appello ha concesso all’imputato di poter tornare a casa senza attendere la sentenza.

Per l’avvocato della giovane, Enrico Gallinaro, tuttavia, “non esistono i presupposti per concedere le attenuanti generiche. Ritengo il fatto di una gravità tale – aggiunge – che si giustifica il riconoscimento dell’aggravante della crudeltà e sevizie e quindi un aggravio della pena. Questa è una mia opinione, vedremo quale sarà la valutazione della corte”.

VALENTINI: “PRATICHE ESTREME? UN’INVENZIONE”

“Gli stessi testimoni – ha detto Valentini – ci dicono che i due avevano avuto all’interno del locale delle effusioni, consistite nel mettersi l’uno verso l’altro le mani all’interno dei pantaloni che erano slacciati, non vi è stata alcuna violenza. Questi atteggiamenti intimi rappresentano un dato di fatto, imprescindibile da qualsiasi giudizio”.

Parlando poi della fuga del giovane il legale ha evidenziato che “Tuccia era seduto in macchina, ferma, intento a fumarsi una sigaretta, era sconvolto”.

Sulla pratica sessuale (fisting, ndr) il legale ha asserito che “si tratta di una pura invenzione. Si è trattato, lo ha dichiarato lo stesso Tuccia, di una manipolazione pre-rapporto sessuale che gli è deflagrata e si è messo paura, se non mi credete allora perché non facciamo un’ altra perizia?”.

“Lo stesso consulente del pubblico ministero Aromatario, parlando delle lesioni subite dalla giovane – ha detto sempre Valentini – ha usato il termine di ‘aspetto stellato’, dovuto quasi a uno scoppio, che si verifica quando i tessuti perdono di elesticità”.

Nella sua arringa Valentini ha detto che “va dimostrata la condotta abusiva dell’imputato”.

Per l’avvocato Villani, “tutta la vicenda nasce dall’errata valutazione del ginecologo del pronto soccorso che ha parlato di elementi esterni fino a ipotizzare che Tuccia avesse utilizzato un ferro per provocare le lesioni alla ragazza”.

“I due – ha detto sempre Villani – sono stati visti uscire insieme mano nella mano, l’atto sessuale è stato libero e consenziente, si è tratto di un fatto accidentale, non vi è stata nessuna violenza fisica per arrivare all’atto sessuale, non vi sono prove del dolo né sul dissenso da parte della giovane”.

IL PROCURATORE GENERALE CHIEDE 11 ANNI

Il procuratore generale della Corte di Appello dell’Aquila Ettore Picardi ha chiesto, a parziale riforma della sentenza di primo grado, la condanna a 11 anni di reclusione per l’ex militare campano di stanza all’Aquila Francesco Tuccia, nell’ambito del processo di secondo grado per lo stupro di una giovane studentessa universitaria laziale avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2012 fuori da una discoteca di Pizzoli (L’Aquila).

La richiesta del pg è di 7 anni di reclusione per violenza sessuale e 4 per le lesioni personali.

Picardi, che si è rifatto ai motivi di appello che aveva presentato il collega Romolo Como, ha chiesto che vengano riconosciute anche le aggravanti delle sevizie e della crudeltà.

IL RICORSO DELLA PROCURA

“INDOLE MALVAGIA E SENZA PIETA’”

“Erroneamente il giudice di primo grado ha ritenuto l’insussistenza dell’aggravante dell’aver agito con sevizie e in modo crudele e ha riconosciuto la continuazione tra il delitto di violenza sessuale e quello delle lesioni volontarie aggravate”, si legge nel ricorso presentato dal pg Como.

Su questo punto il procuratore evidenzia come “le modalità della condotta del giovane comportano il riconoscimento dell’aggravante quando rendono obiettivamente evidente la volontà del reo di infliggere alla vittima sofferenze ulteriori rispetto a quelle già insite nel dover subire l’aggressione e che costituiscono un qualcosa di più che rende la condotta particolarmente riprovevole per la gratuità dei patimenti inflitti, che rivela indole malvagia e priva di umana pietà”.

“LESIONI DOPO LA VIOLENZA”

Altro aspetto evidenziato la non continuazione tra violenza sessuale e lesioni e il pg oggi in aula, Ettore Picardi, facendo suo il ricorso presentato da Como, ha evidenziato che “perché si possa parlare di unico disegno criminoso occorre che sia accertato il dolo diretto e programmato, tanto che il solo dolo d’impeto è ritenuto incompatibile con la continuazione perché esclude la violazione preventiva e preordinata dell’insieme dei reati”.

“VIOLENZA BRUTALE DA NON BANALIZZARE”

Per Picardi il tasso alcolemico della giovane superiore alla norma “è indicativo della condizione della parte offesa che ha determinato inequivocabilmente l’impossibilità di sopportare la violenza subita”.

“Fino a oggi – ha aggiunto – non ero a conoscenza della pratica sessuale (fisting, ndr) messa in atto, e il tentativo di banalizzare la stessa risulta incoerente con i fatti. Si tratta di un tentativo maldestro che cozza con i danni subiti dalla parte offesa, una penetrazione importante, una violenza brutale che è stata esercitata a prescindere”.

“GIOVANE ETA’ ATTENUANTE VANIFICATA”

“L’unico vantaggio per l’imputato – ha detto sempre il pg – può essere solamente la giovane età, vanificato dal contesto in cui c’è stato il disprezzo della vita altrui perché lasciare una persona inanimata all’esterno del locale in pericolo di vita, dà al fatto una connotazione più negativa e dura. Poi vi è anche il tentativo maldestro di far ricadere su altri, mettendo in bocca alla vittima che si trovava in quello stato il nome di un altro ben definito soggetto (il disk-jockey della discoteca ndr) che connota bene la condotta posta in essere”.

“L’ATTO SESSUALE E L’ABBANDONO NON UN UNICO PROGRAMMA”

Nell’appello depositato dal pg Romolo Como si evince come “Tuccia in un primo momento voleva eseguire (per libidine o come forma di disprezzo verso la giovane donna) una manovra di penetrazione con tecnica estrema… e successivamente, alla vista del copioso sanguinamento, voleva sottrarsi alle sue responsabilità ripartendo in auto con gli amici…”.

“Sicuramente – afferma sempre il pg – nei due distinti momenti della progressione criminosa avrebbe dovuto rappresentarsi l’eventualità che la vittima restasse gravemente lesa nel corpo e nella psiche, ma questa è ipotesi di dolo eventuale che di per sé esclude un previo unico programma delittuoso tra l’atto sessuale per quanto abnorme, il ferimento e poi l’abbandono”.

Al termine della requisitoria Picardi ha chiesto per Tuccia anche l’applicazione delle pene accessorie.

VITTIMA E STUPRATORE INSIEME IN AULA

Si troveranno in aula l’uno di fronte all’altra la studentessa laziale dell’Università dell’Aquila e l’ex militare campano di stanza nel capoluogo abruzzese Francesco Tuccia, accusato di averla stuprata la notte tra l’11 e il 12 febbraio 2012 fuori una discoteca di Pizzoli (L’Aquila).

È cominciato intorno a mezzogiorno il processo di secondo grado presso la Corte d’Appello dell’Aquila, dopo la condanna del giovane in primo grado a 8 anni di reclusione.

La Corte, infatti, ha esaminato una serie di procedimenti fissati in precedenza di più rapida discussione e poi ha cominciato a trattare il caso più importante, quello appunto sulla vicenda della violenza sessuale.

La discussione dovrebbe occupare il resto della mattina e gran parte del pomeriggio, con il verdetto atteso, secondo quanto si è appreso, comunque per oggi ma in tardo pomeriggio o anche in serata.

I due protagonisti della vicenda sono arrivati di prima mattina poco dopo le 8.30, entrambi attorniati dai familiari. La ragazza vestita in nero con un cappello grigio e un tablet, l’altro vestito in chiaro con cravatta e capelli più lunghi rispetto al taglio militare che aveva nei giorni del processo di primo grado.

La difesa, con l’avvocato aquilano Antonio Valentini, punta a una riduzione della pena del giovane che è agli arresti domiciliari e che la mattina può uscire per andare a lavorare.

Ma l’obiettivo si fa più difficile alla luce del fatto che il procuratore Ettore Picardi nei motivi dell’Appello ha chiesto che a Tuccia venga contestata anche l’aggravante della crudeltà e delle sevizie.

Dopo la violenza definita “inaudita” dai giudici di primo grado, Tuccia ha lasciato la vittima svenuta in mezzo alla neve con la ragazza che è stata salvata dal personale della sicurezza nel corso di un giro di perlustrazione prima di chiudere il locale.

“Confidiamo di avere giustizia ricordando che, tra l’altro, il procuratore generale già in sede di motivi di appello nei mesi scorsi ha presentato istanza in merito alle aggravanti della crudeltà e delle sevizie”, ha dichiarato l’avvocato della giovane, Enrico Gallinaro. (alb.or. – b.s.)

06 Dicembre 2013 – 18:37

 

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Le trasmissioni del Mfla di radiondarossa

Nel link tutte le trasmissioni e le corrispondenze che Il martedì autogestito da femministe e lesbiche di radiondarossa ha trasmesso.

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Rassegna stampa web

Stupro Pizzoli: “Se parli ti diffamo” – Il capoluogo – 7 giugno 2016

7 anni e 8 mesi in cassazione al militare Tuccia – News Town – 9 gennaio 2015

La cassazione condanna Tuccia – Lettera43 – 9 gennaio 2015

Francesco Tuccia merita l’ergastolo”, parla la ragazza stuprata – Abruzzo web – 7 dicembre 2013

Stupro L”Aquila: tensione tra legali Tuccia e papà ragazza, ora l’attesa – Abruzzo web 6 dicembre 2013

 

Tuccia è a piede libero e lavora in una a cooperativa – Irpinia24 – 30 ottobre 2013 (video) – La puntata de La7 citata non si trova più sul sito

Tuccia condannato torna al lavoro – Abruzzoweb – 7 agosto 2013

Pizzoli: il giudice censura anche gli amici di Tuccia – 2 maggio 2013

Minacce all’avvocata Giannangeli – Abruzzoweb – 4 febbraio 2013

La sentenza contro Francesco Tuccia – Youtube – 31 gennaio 2013 (video)

“Sto male” ha detto il giovane prima dell’arrivo dei giudici – PrimaDaNoi – 31 gennaio 2013

Il giudice Grieco condanna Tuccia a otto anni – Abruzzo24h tv – 31 gennaio 2013 (video)

Rosa in aula: “Questa storia è un incubo” – Abruzzo24h tv – 10 gennaio 2013

Inizia il processo, le donne assediano il Tribunale – Abruzzo24htv – 18 ottobre 2012 (video)

A chi l’ha visto parla Rosa – Abruzzo24h – 14 giugno 2012

Tuccia ai domiciliari “scappo dall’Italia” – Abruzzoweb – 9 giugno 2012

Domenica5 parla l’avvocato di Tuccia, Villani, in studio fischi – 4 marzo 2012 (video)

Dimessa Rosa dall’ospedale San salvatore – 1 marzo 2012

La difesa: “E’ stato atto consenziente” – Abruzzo tv – 28 febbraio 2012

Stupro Pizzoli, Tuccia interrogato dal Gip – Abruzzo24h tv – 28 febbraio 2012 (video)

“Non c’è dubbio è stato Tuccia” – Abruzzoweb – 24 febbraio 2012

 

 

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Toccano una, toccano tutte! Liberiamoci insieme dalla violenza contro le donne

donne-cono-rosaE’ il 12 febbraio del 2012 quando Rosa si trova con una sua amica in una discoteca a Pizzoli.

E’ sabato sera e a L’Aquila fa molto freddo. Nella discoteca non ci sono tante persone se non quei militari che il terremoto ha portato là per l’ Operazione strade sicure.

Verso le 4:00 di mattina Rosa verrà ritrovata in mezzo alla neve, con una temperatura sotto zero, sanguinante e in stato di non coscienza. Altri cinque minuti e sarebbe morta. Almeno tre i militari direttamente responsabili della violenza.

L’8 gennaio 2015 alla Corte Suprema di Cassazione si svolgerà l’ultima tappa del processo per lo stupro avvenuto quel 12 febbraio. L’unico imputato su tre responsabili, Francesco Tuccia (Michele Schiavone e Stefano Buccella, gli altri due), dopo esser stato condannato colpevole, sta prestando servizio di ambulanza in Campania.

Un processo che la dice lunga sull’ipocrisia e sulla violenza caratteristiche di qualsiasi  processo per stupro, nei quali è la donna a ritrovarsi colpevolizzata e ridicolizzata; dove il Pronto Soccorso dell’ospedale cerca di nascondere la violenza efferata prescrivendo solo 20 giorni di prognosi ad una ragazza in fin di vita; dove nelle arringhe dell’avvocato difensore diventa legittimo stuprare una ragazza da parte di un gruppo di uomini in divisa; dove il sistema legislativo e giudiziario mostra la non volontà della ricostruzione dei fatti accaduti in quella discoteca a Pizzoli, poiché il piano legale non può rischiare di contraddire la cultura dello stupro che lo regge. Una cultura imbevuta della violenza maschile sulle donne che permea la nostra società ed è l’arma con la quale esercitano il controllo su di noi.

Tante le reti di complicità e omissioni che si sono preoccupate di imbastire una storia di menzogne e giustificazione. Una storia nella quale il potere militare-politico è così forte che non ha più bisogno della retorica della mela marcia, dove si addossa la colpa al solo singolo e non all’intero sistema,  poiché a L’Aquila, come in tutti i territori militarizzati, gli uomini in divisa fanno del corpo delle donne un territorio di conquista e i limiti del diritto, di cosa sia o meno legittimo saltano. Ma quello che sperimentano nei territori militarizzati diventa sempre più strumento di ordinaria amministrazione dei contesti cosiddetti civili.

Nei tribunali, nelle questure, per strada e in famiglia, lo Stato e la Legge si impegnano a cancellare la voce delle donne che nominano e reagiscono alla violenza. La Legge non potrà mai corrispondere alle nostre esigenze perché essa si preoccupa di difendere e perpetuare,  la cultura dello stupro.

Tutto questo risulta evidente anche dall’ultimo decreto antifemminicidio. Un “Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” che fa rientrare il contrasto alla violenza di genere in un pacchetto in cui la donna è dichiarata come “soggetto debole” da tutelare persino da se stessa, togliendole anche il diritto di autodeterminazione, laddove le impedisce di revocare la querela anche nel caso sia fatta da altri e non dalla donna che ha subito la violenza. Purtroppo di straordinario nella violenza maschile contro le donne c’è ben poco, non è un’emergenza in quanto è un dato strutturale della nostra società che non può essere affrontato con misure straordinarie.

Rispondiamo a tutto questo con la solidarietà tra donne, a fianco di Rosa, di tutte quelle che in diverse forme  rompono il silenzio e che spesso per questo sono esposte  alla vendetta e alla violenza del sistema giudiziario e mediatico.

Affinché la fatica di raccontare i nostri vissuti e smascherare la violenza che subiamo sia compensata dalla forza che viene dalla consapevolezza e dalle nostre reazioni per combatterla.

Affinché la nostra voce si possa sentire nel rumore e nella confusione prodotti dalla cultura dello stupro.

Affinché  questo rumore confuso non ci impedisca di reagire insieme aldilà della denuncia legale!

8 gennaio ore 10 (puntuali) Piazza Cavour 

davanti alla Corte Suprema di Cassazione

 

Compagne femministe e lesbiche

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Comunicati dal resto d’Italia

valle
Dalla procura dell’Aquila continua la caccia alle streghe con la persecuzione delle donne che non tacciono
– Tgmaddalena – 3 ottobre 2016

Stupro dell’Aquila quello che i giornali non dicono –  Sciopero’ non basta – 10 dicembre 2013

“C’è stato un rapporto consenziente” l’avvocato di Tuccia, Villani parla in tv – Fuori genere – 13 marzo 2012

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La storia dello stupro sui nostri corpi la raccontiamo noi!

laquila10gennaio13Oggi 6 dicembre 2013, ci troviamo qui davanti ad un tribunale, dove si sta svolgendo l’appello per il processo di stupro del 12 febbraio 2012, agito da tre militari di servizio qui a L’Aquila post-terremotata. L’unico imputato su tre responsabili, Francesco Tuccia (Michele Schiavone e Stefano Buccella, gli altri due), dopo esser stato condannato colpevole, sta prestando servizio di ambulanza in Campania. E’ dunque un processo questo che la dice lunga sull’ipocrisia e sulla violenza caratteristiche di qualsiasi

processo per stupro, nei quali è la donna, che esplicita la violenza subita, a ritrovarsi colpevolizzata e ridicolizzata, mentre lo strupratore viene giustificato e non perde il suo ruolo attivo nella società. Come chiamare questa assurda logica? La nominiamo “cultura dello stupro”, una cultura che è imbevuta della violenza maschile e che fa apparire legittimo stuprare e tentare di uccidere, lasciandola in fin di vita, una ragazza da parte di un gruppo di uomini in divisa. In questo processo in particolare sono evidenti le complicità tra potere militare e giudiziario, e non ultimo il ruolo di insabbiamento da parte del Pronto Soccorso dell’ospedale de L’Aquila: reti di complicità e omissioni che si sono preoccupate di imbastire una storia di menzogne e giustificazione. Una storia dalla quale gli supratori, ne escano illesi e senza macchia: difesi e salvati dall cultura dello stupro. La mentalità dell’esercito, dei corpi militari, di uomini in divisa è imbevuta di questa cultura. Essi stuprano in situazioni di conflitto o di guerra, poiché sono autorizzati dal potere della divisa, una divisa che dicono dovrebbe “proteggere”, ma che protegge se stessa e la violenza e l’ipocrisia del sistema. Con lo stupro de L’Aquila, ci è chiaro che questa logica non viene agita solo in territori di conflitto o guerra, ma diventa uno strumento di ordinaria amministrazione dei contesti cosiddetti “civili”. Non a caso quando una donna denuncia la violenza domestica, le “forze dell’ordine” s’impegnano a convincerla a passare sopra l’accaduto e si sforzano di insabbiare la violenza e lo stupro, affinchè la violenza maschile sulle donne non venga nominata dalle donne stesse. L’Aquila ci ha raccontato come viene autorizzata e perpetuata questa cultura del silenzio e della cancellazione della voce delle donne. Gli apparati militari, politico-giudiziari, con la scusa della “ricostruzione”, sperimentano nel territorio aquilano forme di controllo sociale particolarmente violente ed ipocrite, grazie ad una maggiore e “speciale” libertà di azione. Infatti, questo processo vergognoso mostra come non ci sia più neanche il bisogno della retorica della “mela marcia”, dove si addossa la colpa al solo singolo e non all’intero sistema, poiché a L’Aquila, come in tutti i territori militarizzati, i limiti del dirittto, di cosa sia o meno leggittimo e “legale”, saltano. Questo stupro e il suo finto processo non costituiscono un caso eccezionale: L’Aquila come le caserme romane di Quadraro e San Basilio, è una realtà dove gli uomini in divisa fanno del corpo delle donne un territorio di conquista, dove appunto la cultura dello stupro è la legge. In tutti i sensi. Il sistema legislativo e giudiziario, perciò, esprime la non volontà della ricostruzione dei fatti così come sono accaduti in quella discoteca a Pizzoli, o in quella caserma al Quadraro o in quel C.I.E. di Torino, e così via, poiché il piano legale non può rischiare di contraddire la cultura che lo regge: quella dello stupro. In questo processo, dove bisognava salvare l’immagine della presenza militare nel territorio, poi, non sono stati rispettati neppure le procedure di indagine ordinarie minime: segno questo, che i provvedimenti legali, dei quali lo Stato si riempie la bocca “in difesa delle donne” e “contro la violenza sulle donne” sono solo parole che nascondono la realtà dei fatti. Nei tribunali, nelle questure, per strada e in famiglia, lo Stato e la Legge si impegnano a cancellare la voce delle donne che nominano e reagiscono alla violenza. La Legge non potrà mai corrispondere alle nostre esigenze perchè essa si preoccupa di difendere e perpetuare con modi sempre più meschini e insidiosi, la cultura dello stupro, cioè l’arma con la quale viene esercitato il controllo su di noi. Eppure anche se il sistema giudiziario e legale è compromesso, e il dialogo con le istituzioni è frustrante, la denuncia pubblica è ancora uno strumento di rottura del silenzio, uno strumento che disturba la cultura dello stupro. Disturba perchè ciò che doveva esser subito e taciuto, diventa visibile: la nostra esperienza, pur nel grande vociare delle menzogne militari-giudiziarie-politiche-giornalistiche, si fa sentire! La società non può tapparsi le orecchie. Siamo qui presenti, davanti a questo palazzo del potere e della cultura dello stupro per stare accanto alle donne, per lottare insieme contro il silenzio e contro la violenza. Ogni forma che le donne trovano per rompere il silenzio e che si espone per questo alla vendetta e alla violenza del sistema giudiziario e mediatico, dovrebbe trovare la solidarietà e la presenza delle altre donne. Affinché la nostra voce si possa sentire nel rumore e nella confusione prodotti dalla cultura dello stupro. Affinchè questo rumore confuso non ci impedisca di reagire insieme, come collettività in lotta, come singolarità che trovano forza anche aldilà della denuncia legale. E’ difficile esprimere e raccontare, come donne e lesbiche, i nostri vissuti, smascherare la violenza, poiché questo implica lottare contro un sistema radicato ancora esclusivamente patriarcale, e che è tutto incentrato a limitare la nostra consapevolezza sulla violenza, la nostra libertà di espressione e la nostra reazione contro la violenza degli uomini. Ma la storia dello stupro sui nostri corpi la vogliamo raccontare noi! Una storia che deve essere detta perchè lo strupro è una pratica di annientamento, un atto di guerra, un ordine assordante, che confonde volutamente il senso, chiamando “protezione” ciò che è “violenza”. Accade nelle famiglie, accade nei quartieri, accade nei territori occupati dalle tante guerre. Chi è lo stupratore? Chi è lo strupratore in divisa? Chi sono Tuccia, Buccella e Schiavone? Mele marce e malate, o figli sani del patriarcato e della cultura dello stupro?

Siamo qui per portare la nostra voce di donne in lotta, per riappropiarci delle parole e del senso delle parole. Per raccontare noi la verità su cosa sia lo stupro. Con tutte le forme necessarie.

Compagne femministe e lesbiche

militariallaquila@anche.no

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